Grave Digger @ Circolo Colony + Matrimonio di mio cugino (07/10/17)

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Parola del Signore

Sbaglio per ben due volte l’accento sul nome della sposa, trattenendo dei bestemmioni così forti che o prendo fuoco io o prende fuoco la chiesa. Si, mi hanno costretto a leggere la ‘Preghiera ai fedeli’ (che ora non ricordo quale momento sia della funzione matrimoniale, ma per me resterà sempre una delle più grandi macchie della mia vita), con mio zio venuto personalmente ad implorarmi lacrime agli occhi. Chi c’era, guardando la scena da fuori, mi ha raccontato poi di aver letto meccanicamente stile ‘Istituto Luce’, perché probabilmente avrei voluto che un carro armato irrompesse nel tempio del Signore e facesse fuoco.

 

Così non succede, anche perché più che volere male ai miei parenti voglio male a quel contesto così forzatamente normale. Così è inizia la giornata che mi poerterà a mangiare come un lottatore di sumo dei pesi ultramassimi e, successivamente, a sudare e sbraitare in faccia a Chris Boltendahl. Ci sono un po’ di cose che vanno segnalate del matrimonio, preambolo poi della serata: gli amici di mio cugino con figli al seguito, super maleducati, col tablet a volume ‘concerto dei Manowar’ anche mentre gli sposi fanno il classico discorso, e ovviamente i parenti accorsi da mezzo mondo per assistere al grande evento. Guardando la meravigliosa galleria di macchiette umane ivi rappresentate mi viene subito una specie di fastidio per la sciatteria di alcuni di questi: la sensazione è quella di trovarsi in un enorme museo delle cere dove io e poche altre persone normali siamo gli unici in grado di muoverci e pensare. Persino nell’unico momento in cui mi sento veramente coinvolto, cioè quando viene messa su More Than Words degli Extreme, non posso fare a meno di notare la voglia di ostentare messa davanti persino a quella di divertirsi e festeggiare. I vestiti belli ‘low-cost’, l’ostentazione vacua di alcuni dei presenti mi mettono addosso una seria inquietudine, facendomi rendere conto di come sono al momento sbagliato nel posto giusto. Fortunatamente la presenza di alcuni dei miei parenti decisamente più normali porta l’agonia a non essere così pesante.

Fatte le foto di rito con gli sposi mi dirigo verso la mia moto, che scopro essere stata incastrata dietro alla Panda di un coglione posteggiato in doppia fila. Ora dovete capire che, memore dei tempi in cui andavo in università e posteggiavo il motorino in stazione, non esiste NULLA che mi faccia infuriare come la gente che:
A) Posteggia nei posti delle moto.
B) Posteggia in doppia fila.

Per cui potete immaginare la sequela irripetibile di bestemmie da me pronunciate (con cui ho scandalizzato mio fratello, nonostante anche lui sia un praticante serio del Pork-Fu) mentre cerco di far passare una moto da parecchi chili attraverso una fessura. Nemmeno nella scena dello smaltimento rifiuti in Una Nuova Speranza lo spazio era così stretto. Eppure, dopo qualche decina di manovre e porconi annessi, la moto sguscia fuori. Guardo l’auto posteggiata e decido che graffiarla o altro sarebbe inutile, perché non siamo noi la giustizia. Ora si cambia. Ora ci si prepara per i Grave Digger.

E la preparazione è la catarsi di quella giornata allucinante, di quella festa istituzionalizzata, dei bambini chiassosi, delle orde di parenti, di tutto. Come un novello Clarck Kent mi levo gli abiti da cerimonia e ne indosso di più consoni. Non si può non andare ai Grave Digger in anfibi e con almeno una catena ai pantaloni, in memoria dei vecchi tempi e per tributo a una band che mi ha forgiato con la stessa abilità dei nani di tolkieniana memoria. I miei baldi compagni di viaggio mi raggiungono dopo diverse peripezie dovute alla chiusura di alcune strade, ma ce la facciamo ed appena siamo in viaggio tutto cambia. Siamo su una Seicento scassata che va ai suoi onestissimi cento all’ora in autostrada, rotta per il Circolo Colony di Brescia. E piano piano le catene del perbenismo e del volemose bene si sciolgono, perché ora è il momento del Metallo.

All’arrivo stanno suonando i Noveria, discreto gruppo heavy di periferia, a cui fanno seguito i Lady Reaper. Granitico il commento del mio amico “I classici gruppi bravini condannati a vita ad essere un gruppo spalla”. Al momento degli scavatori di tombe io sono lì in seconda fila, bandiera dell’ottimo Return Of The Reaper legata intorno al collo come se fossi un Superman metallaro, davanti a me un subumano che terrà per tutto il tempo la macchina fotografica accesa per fare foto e video. Ma a me che cazzo me ne frega? Ma cosa me ne frega di far vedere al mondo di essere una persona normale quando dopo la breve intro parte il coro di Healed By Metal? C’è qualcosa che gli esseri umani standard non potranno mai capire riguardo al Metallo e questa sera ne ho la prova concreta: al di là della felicità del parentado è come se tutte le brutture della giornata uscissero dal mio corpo come spiriti maligni. Sbraito in faccia a Chris gran parte dei testi, perché sono il mio gruppo preferito ma la mia memoria mi impedisce di ricordarmi più di quattro dischi. Dentro il Colony siamo poco meno di duecento persone, ma quando partono i cori Olè olè olè olè, Digger Digger sembriamo una massa più grande di quella del Wacken. Cari amici, se avete visto i Grave Digger solo ai festival dovete assolutamente recuperarli nei locali, perché quella è la loro vera dimensione. Non ci sono ammenicoli di sorta sul palco a parte un drappo che copre la tastiera di Markus Kniep, non come quando li avevo visti a Pratteln a inizio anno. Ed è bellissimo: la gente poga su Witchunter ed impazzisce quando viene annunciata Killing Time, dall’immortale Tunes Of War. È tutto così bello che per un attimo la vita non fa più così schifo al cazzo, soprattutto quando suonano di fila The Dark Of The Sun e Knights Of The Cross. Mi piovono gomiti nella schiena ma io sono ferreo attaccato alle transenne; il caso umano davanti a me continua a filmare perdendosi l’essenza stessa di un concerto di questo tipo: fare headbanging e urlare come forsennati. Perché questo è Il Metallo e nessuno potrà mai capire cosa si prova a sentire una band all’ultima data italiana del tour, felicissima dell’accoglienza e sempre pronta a incitare al casino e al Gran Dio Cornuto del Metallo. Fanno pure Morgane Lefay dedicandola alle donne presenti e a una giovanissima metallarina in prima fila. Non starò qui a tessere le lodi di questi cinque musicisti, ma posso solo dire che raramente ho visto Chris così contento, talmente contento da biascicare ed improvvisare uno stacchetto quando viene annunciata la canzone che stiamo tutti aspettando:

The Clans are marching ‘gainst the law,
Bagpipers play the Tunes Of War,
Death or glory i will find,
Rebellion on my mind

Non possono esistere metallari che non conoscono questa strofa. Le mie corde vocali e la mia schiena reclamano sangue, ma non posso mollare proprio adesso e aspetto gli encore. Rientrano e parte The Round Table, alla quale il mio cervello va in tilt per il troppo Metallo e mi costringe a fare headbanging con così tanta veemenza da tirare erroneamente una testata al caso umano, ancora inchiodato alla sua macchina fotografica. Questa è una di quelle canzoni che suonata subito dopo Rebellion mi causa spasmi ed esaltazione. Nessuno potrà mai capire cosa si prova a sentirsi dire Forever we stand, forever we fight dopo una giornata simile, perché è lì che capisci di essere parte di qualcosa di più grande. E lì è partito il pensiero ad alcuni degli invitati, ciellini. È partito il pensiero ai parenti che dormivano in camera mia circondati dai miei poster, i miei fumetti e i miei dischi, alla banconota di Alice Cooper, alle foto autografate con Hansi e proprio con Chris Boltendahl e soci. Sulla faccia mi si stampa un ghigno: Non capirete mai. Parte Heavy Metal Breakdown: là fuori c’è un mondo di non morti ‘alla Dark Souls’ e noi qui abbiamo appena raccolto l’Umanità.

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Setlist:
Healed By Metal
Lawbreaker
Witchunter
Killing Time
Ballad Of A Hangman
The Dark Of The Sun
Knights Of The Cross
Hallelujah
The Ballad Of Mary
Season Of The Witch
Highland Farewell
Excalibur
Morgane Lefay
Rebellion

Encores:
The Roundtable
Heavy Metal Breakdown

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Elogio della sfiga: The Monolith Deathcult – Versus

Il mio personaggio Disney preferito di sempre è sempre stato Paperino. Non perché abbia mai provato pena per lui o ilarità vedendo le assurde vicissitudini che gli piombano sempre addosso mentre lui vorrebbe solo vivere la sua vita con tranquillità: mi è sempre piaciuto perché mi ci sono sempre immedesimato. Ad un certo punto, poi, ti stufi e smetti di incazzarti e battere i piedi per terra contro prepotenti, datori di lavoro, colleghi, compagni di scuola etc., ma non tanto perché ti arrendi, ma perché fai della sfiga la tua arma di sopravvivenza. Essere consci di avere anche solo un pizzico di sfiga ti rende automaticamente in grado di sopportare qualsiasi cosa, perché tanto peggio di così non può andare.

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Tranquilli, ho smesso.

Ed è proprio questo che fanno i The Monolith Deathcult. Tre ragazzi che non combattono la sfiga, ma ci sguazzano e ci ridono sopra. Seguo la formazione da Tetragrammaton, il lavoro del 2013 che li aveva portati addirittura alla Season Of Mist, contratto che subito dopo hanno perso probabilmente per il cattivo andamento delle vendite e per la separazione da metà line-up. E poco importa se i dischi possono non piacere e vengono costantemente bastonati dal trve di turno che detesta il death sinfonico suonato a cazzo: gli olandesi se ne fregano perché non si prendono sul serio. Questo è il loro segreto e il motivo per cui esprimere una opinione seria sui loro album non ha nessun senso. Versus è l’ennesimo capitolo che ribadisce questo concetto, facendo il verso a tantissimi grandi esempi del panorama death metal mondiale mischiando sinfonica, elettronica e soprattutto badilate di humor nero. Die Glockte, con il suo inizio con un tizio remixato che dice “Damn you Jesus”, dovrebbe darvi subito l’idea di quello che state andando a sentire, in una apoteosi di atmosfere da film di fantascienza anni ’50 fatti male. Ed è qui che ti rendi conto di come le vie del metallo siano infinite, perché siamo all’antitesi totale della dottrina manowariana: non sei figo solo perché ascolti metal, puoi continuare tranquillamente ad essere uno sfigato. E anche nel metal possiamo sentirci orgogliosi di essere sfigati, di non esserci meritati una sign-session e farci una foto demenziale dove fingiamo di aspettare che arrivi qualcuno e di suonare davanti a quattro stronzi a una data che ci è stata organizzata per farci recuperare un concerto precedente, dove ci si era rotto il pc che doveva metterci le basi.

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Come si può non volere bene a una band che si presenta così?

Sfigati di tutto il mondo: uniamoci. Uniamoci sotto la bandiera dei The Monolith Deathcult, una delle poche band al mondo che non si prende sul serio ed evita accuratamente di farlo, che risponde agli hater con l’autoironia esagerando i propri difetti e va fiera del proprio essere come una scheggia impazzita in un mercato dove devi sempre mostrarti all’altezza della situazione, appetibile e figo agli occhi di tutti. Chi si prende troppo sul serio ha solo da imparare, perché il fatto che questi tre pazzoidi siano in giro da tutto questo tempo significa che non lo fanno più tanto per il successo, che probabilmente non raggiungeranno mai, ma perché loro ci credono davvero. Versus è un disco ottimo che, come scrivevo sopra, ribadisce tutto il concetto che sta alla base di questo articolo: non bisogna vergognarsi di essere sfigati nell’era dei social network, anzi, possiamo andarne tranquillamente fieri e continuare a camminare a testa alta anche se non siamo dei veri Manowar, anche se non ci immedesimiamo in un personaggio infallibile e anche se tutti gli altri veri metal ci prendono per il culo. Perché un giorno la vita verrà a presentare a tutti il conto, ma mentre chi è troppo sicuro di sé crollerà come un castello di carte, chi non lo è le riderà in faccia.

Cosa penso dell’esibizione di Lady Gaga coi Metallica

Qualche settimana fa si è scatenata una polemica assurda sui più noti social network (cazzata: principalmente su facebook perché twitter & co. non se li caca più nessuno) per la famigerata esibizione dei Metallica con Lady Gaga alla cerimonia di premiazione dei Grammy Awards.

Ora, la performance per me è stata oscena dal punto di vista artistico (i ballerini ai lati che scimmiottavano pogo ed headbanging erano di una tristezza inimmaginabile) e mi ha anche fatto ridere parecchio il microfono spento di Hetfield, più la sua incazzatura finale (i più burloni si sono immaginati il povero Dave Mustaine vendicarsi dopo che, mentre riceveva il Grammy alla Best Metal Performance per Dystopia, ha avuto come sottofondo Master of Puppets).

Ma le critiche arrivate sia da molti “metallari” che non, secondo me, sono state poste nei modi sbagliati.

Chiariamo subito un dubbio: Lady Gaga per me è un GRANDISSIMO personaggio. Non sono molto avvezzo alle sue sonorità ma in quanto a impegno politico e sociale non posso non trovarmi d’accordo su gran parte degli argomenti che Lady Germanotta porta sempre alla ribalta con i suoi dischi. D’altra parte penso che i Metallica, vista ormai la svolta al 100% da show business che hanno preso, difatto diventando un gruppo conosciuto a livello interplanetario, abbiano tutto il diritto di stimare una “collega” che in termini di numeri guadagna almeno quanto loro.

Sapete qual’è il problema, secondo me? È chiamare tutto questo metal.

E non intendo la parola metal in quanto musica: la intendo in quanto attitudine di musica non istituzionale al 100% e non iscritta in una convenzione sociale considerabile “normale” dalla maggioranza dell’opinione pubblica.

Il fatto è questo: perché i Metallica e Lady Gaga devono provare a sdoganare il metal come genere musicale? Perché trattarlo come un fratellino mongolo che ha bisogno di essere portato alla luce?

La popstar ha più volte dichiarato il suo amore per il genere musicale di noi buzzurri bevitori di birra e adoratori del Capro, facendoci pure un pezzo dal titolo Heavy Metal Lover. Ora, cara Lady, io capisco che tu faccia tutto questo con le migliori intenzioni, ma, come diceva un vecchio meme, lo stai facendo in modo sbagliato. Questo perché il metal non ha bisogno della tua attenzione o di quella dell’opinione pubblica: esso è una costante che si è sempre mossa su binari propri e che, nel bene o nel male, è sempre stata ai margini della strada principale sopra alla quale passavano tutte le popstar degli ultimi anni.

Fino a qualche tempo fa pensavo che questo genere musicale dovesse aprirsi ed elevarsi, per raggiungere una popolarità che gli è sempre stata negata a parte rari casi. Invece, ultimamente, mi capita di pensare che il metal deve restare una cosa di nicchia, altrimenti non sarebbe più tale. È inutile fare gli hipster col prog, il post metal, il deathcore: la nostra sarà sempre una musica per pochi e che a molti farà schifo al cazzo. Ritengo che la stessa esistenza del Grammy per la Best Metal Performance sia un’idiozia dettata a tavolino per dare il contentino al fratellino mongoloide e consolidare determinate mode (che poi in certi casi, come potevano essere i Lordi, potevano pure spaccare).

Per cui, quando critico questa performance, non parlo di meriti musicali: critico questa volontà di elevazione, critico questo riconoscimento fasullo: io non voglio venire alla luce. Poi è ovvio, se vi fanno gola i soldi e la fama di Metallica e Iron Maiden è un’altra storia.

Alla fine il metal è musica fatta per disagiati, è espressione di un bisogno primordiale di sfida e sfottò verso barriere sociali e estetiche. È una moda? Si, può essere, ma ha anche aiutato molta gente a trovare sé stessa in un mondo che faceva schifo al cazzo. Può succedere anche ascoltando un genere più mainstream, ma ritengo che, nel caso di punk, metal e altri generi “estremi”, concettualmente il passo sia molto, molto diverso.

Top of the Corpse 2016

Sebbene il 2016 sia stato un anno di merda per svariati problemi, che siano geopolitici o semplicemente come quello dell’ecatombe che sembra aver colpito le star della musica e di Hollywood, dal punto di vista musicale sono stato soddisfatto nel vedere che molti giovani gruppi hanno cominciato a camminare svelti sulle loro gambe, mentre altri vecchi sono riusciti a tirare fuori dal cilindro dischi di tutto rispetto. Senza ombra di dubbio il 2016 è stato L’Anno del Prog, effetto dovuto alla riscoperta, da parte di una certa nicchia di pubblico (anche non necessariamente metallara/affine ai nostri generi), del rock progressivo tramite gente come gli Opeth o Steven Wilson. Ciònonostante vedrete che il sottoscritto è passato da un genere all’altro senza fare troppi complimenti, visto che comunque questa è una classifica che funziona con la pancia, più che con la testa. Fatta questa premessa, buona lettura e grazie per essere approdati qua a leggere.

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10. Spiritual Beggars – Sunrise to Sundown
Colonna sonora ineguagliabile per l’estate medallica 2016, di qualsiasi viaggio in macchina che fosse per lavoro o che altro, Sunrise to Sundown è un disco che FUNZIONA. E con funziona intendo dire che, nonostante si tratti di roba trita e ritrita, quello che Michael Ammot e soci son riusciti a scrivere è un disco hard rock che, nonostante siamo nel 2016, ha quell’attitudine lo-fi che ci piace. Senza contare che, oltre ad esserci Ammot e Sharlee D’Angelo dietro a chitarra e basso, dietro alle pelli c’è Ludwig Witt dei Grand Magus e alla voce il bravissimo Apollo Papathanasio dei Firewind. Vabbè insomma: l’ho ascoltato praticamente fino alla nausea, gustandomelo fumando un sigaro o facendo il bagno al lago, studiandomi ogni pezzo per filo e per segno. Chiunque voglia mettersi a fare hard rock oggi deve assolutamente puntare al raggiungimento di questa attitudine.

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9. Grand Magus – Sword Songs
Come deve suonare un disco dei Grand Magus? Come questo Sword Songs, appunto. Che poi intendiamoci: non è probabilmente il miglior capitolo della discografia dei nostri metallici svedesi, ma non siamo qui a parlare oggettivamente ma soggettivamente. Pezzi come Last One to Fall, Forged in Iron – Crowned in Steel e soprattutto la finale Everyday there’s a Battle to Fight mi hanno accompagnato attraverso questo anno come un martello in testa. Perché qua si parla semplicemente di fare le cose al posto giusto, scrivere dei bei riff e fottersene anche un po’ dell’andare a cercare soluzioni innovative.

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8. Anciients – Voice of the Void
Quando ho saputo che gli Anciients avrebbero rilasciato un nuovo disco sono letteralmente caduto dalla sedia. Li avevo scoperti con il debut Heart of Oak e subito ho pensato che un gruppo così sottovalutato, ma che presentava delle soluzioni di songwriting divertentissime, avrebbe avuto solo da crescere. È stato proprio così: Voice of the Void è un disco strano, ostile, che mescola abilmente psichedelia, death e progressive metal, in un cocktail micidiale che può piacere ovviamente solo a gente come me. Pezzi come la spettacolare Buried in Sand o il singolo Ibex Eye mi hanno preso subito, nella loro complessità a volte giocosa, a volte da schiaffi in faccia per tutti. Casualmente, gruppo della Madonna che non si incula nessuno, nemmeno i sedicenti Prog Snob.

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7. Van Der Graaf Generator – Do Not Disturb
Personalmente, ritengo i Van Der Graaf Generator una di quelle realtà che non hanno mai toppato un album. Do Not Disturb è il degno testamento, fatto in punta di piedi, di una band importantissima sia per il rock progressivo che anche per alcune correnti estranee a questo genere. Dato che ha fatto cacare a metà delle testate che hanno recensito, anche qui entra fortissimamente l’impatto che le tracce hanno avuto sul sottoscritto: non nascondo che l’idea di vedere tre vecchietti che hanno fatto la storia della musica chiudere in punta di piedi la loro carriera è un’immagine fin troppo poetica. Pezzi come Room 1210, Shikata Ga Nai (giapponese per “non c’è niente da fare”) o anche la scanzonata (Oh no i must have said) Yes, fino ad arrivare alla fine con Almost the Words e Go, sono di una delicatezza incredibile, di un sofisticato che mi ha colpito fin da subito. Se c’era un modo per chiudere la carriera, penso che i Van Der Graaf lo abbiano fatto nel miglior modo possibile.

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6. Vicious Rumors – Concussion Protocol
HEI TU, RAGAZZINO DI MERDA CHE ASCOLTI POST CORE EMO SCREAM STOCAZZO! SI, STO PARLANDO PROPRIO CON TE! VIENI QUA PRIMA CHE VENGA IO CHE TI FACCIO MANGIARE LA TUA BARBA DA HIPSTER DEL CAZZO E ASCOLTAMI BENE: LI CONOSCI I VICIOUS RUMORS? NO? RECUPERATI SUBITO IL LORO ULTIMO DISCO E SVITA LA TUA TESTA CHE DI SOLITO È PIENA DI MERDATE: DECOLLA E RAGGIUNGI LA STRATOSFERA ASCOLTANDO PEZZI COME CHEMICAL SLAVES O CHASING THE PRIEST; RICORDATI COSA CAZZO VUOL DIRE ESSERE FATTI DI MEDALLO FUSO CON PEZZI COME LAST OF OUR KIND O TAKE IT OR LEAVE IT. HAI CAPITO, RAGAZZINO EMOCORE DEL CAZZO? STUDIA E FATTI UNA CULTURA, AL POSTO DI FARTI CRESCERE ANCHE I PELI DELLE ASCELLE PERCHÉ FA PIÙ INDIE.

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5. Novembre – Ursa
Ursa è un disco bellissimo, un comeback sulle scene pazzesco per il livello a cui Carmelo Orlando e Massimiliano Pagliuso sono riusciti ad arrivare. Un disco che è si shoegaze, ma anche black, ma anche indie, ma anche boh: semplicemente i sessanta minuti di album funzionano come dovrebbero e non stracciano le palle dell’ascoltatore come succederebbe con ben noti esterni francesi. Se avete bisogno di abbandonarvi in atmosfere malinconiche, ripensare al vostro passato o anche semplicemente godervi le stagioni fredde, Ursa è la vostra colonna sonora ideale. Bentornati.
P.S. Qua c’è la mia rece su Allaroundmetal.com.

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4. Rotting Christ – Rituals
Penso che sia universalmente chiaro che Sakis Tolis è un genio. Penso che sia universalmente chiaro che Satana è con i Rotting Christ e loro sono con lui. Rituals è un disco oscuro, complesso, ma anche di grande immediatezza e comprensione: gli arrangiamenti dei pezzi denotano una classe e uno stile che sono davvero introvabili in molte altre band “occulte”, con l’ossessivo urlo di Elthe Kyrie o la drammaticità di For a Voice Like Thunder, che vede la partecipazione di Nick Holmes dei Paradise Lost. Persino quando diventano “tribali” con Apage Satana, i Rotting Christ mantengono un livello di dramma e potenza espressiva che riescono pure a riportare sul palcoscenico; persino quando scomodano un artista che è diventato la puttana dei bimbiminkia da tastiera come Baudelaire, tributandolo con Les Fleurs du Mal (che qui invece vede la partecipazione di Michael Locher dei Samael). Bellissimo anche il fatto che venga pagato tributo agli Aphrodite’s Child con la cover di The Four Horsemen, ovviamente snaturata della sua vena fricchettona e resa un rituale da film post apocalittico. Rituals è un album monumentale di fronte a cui ci sarebbero veramente papiri da stendere.

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3. Haken – Affinity
I Prog Snob hanno rotto il cazzo, su questo penso possiamo essere tutti d’accordo. Fortunatamente, tra le mille band djont del cazzo tipo Tesseract ed epigoni, gli Haken continuano a brillare di una luce propria che li rende fondamentalmente diversi da tutti questi gruppi da segoni strumentali. Perché, vi chiederete? Perché mentre gran parte dei loro illustri colleghi si perde nel lirismo e nella pura masturbazione autocelebrativa, gli Haken imbroccano direttamente la via del prog a metà tra il serio e il non serio: basti sentire un pezzo come 1985, spettacolare resa degli anni 80′ stile lo-fi/8bit, oppure Earthrise con i suoi richiami quasi pop. La cosa che differenzia la band da tante è quindi da ricercarsi nella loro attutidine non prettamente progressiva, motivo che ha permesso ad Affinity di imporsi anche all’infuori della cerchia ristretta dei Prog Snob. Speriamo che sia l’inizio di una bella scalata al successo.

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2. Moonsorrow – Jumalten Aika
Quando Ville ed Enri Sorvali ci si mettono, non ce n’è per nessuno. Jumalten Aika è un monumento che brilla di una luce propria, oscurando gran parte di quella merda che ci viene spacciata per viking metal da altre case discografiche che non sono Century Media. La cosa più bella di questo album è che nonostante siano 5 canzoni dalla durata spaventosa, l’ascoltatore non si rompe le palle e, anzi, se le gode fino in fondo, come il sottoscritto. Colonna sonora portante della mia estate insieme ad Affinity e Sunrise To Sundown, Jumalten Aika è indubbiamente uno dei dischi più belli dei Moonsorrow, se non uno dei migliori dischi folk metal finlandesi dai tempi di Jaktens Tid.

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1. Vektor – Terminal Redux
“Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.”

– Carl Sagan, Pale Blue Dot: a vision of the human future in space –

Perché là fuori l’universo è un posto inospitale e terrificante che ospita orrori al di là della nostra comprensione, pianeti su cui scorrono fiumi di idrocarburi, altri dove piovono diamanti e smeraldi fusi. Ci sono stelle che divorano altre stelle distruggendo tutto ciò che si trova intorno, ci sono buchi neri di cui non sappiamo ancora abbastanza, ci sono troppe cose spaventose per essere raccontate. Quello che i Vektor hanno fatto con Terminal Redux è stato parlarci del lato oscuro dello spazio, con una storia di grettezza di forme viventi che potrebbero benissimo essere umane, ma anche no. Con ingenuità, sia chiaro, e senza nessuna vocazione di divulgazione scientifica, ma in modo freddo, frenetico, devastante come solo la loro musica sa essere. Qui non si tratta più tanto di tirarsela per la tecnica, di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato: è una fottuta questione di attitudine che la band di David Di Santo, prima di sciogliersi come neve al sole proprio qualche giorno fa, è riuscita ad azzeccare. Persino Matt Taylor dell’ESA, noto metallozzo, è rimasto talmente entusiasta dal lavoro dei Vektor da dedicargli una recensione e un ascolto. Non so cosa attenderà il futuro di Di Santo, ora che è rimasto solo senza musicisti del calibro di Frank Chin, Blake Anderson e Erik Nelson, ma Terminal Redux resterà per sempre un punto di riferimento, un’evoluzione finale di quella cosa che i Van Der Graaf Generator iniziarono anni fa con Pawn Hearts, che i Voivod continuarono con Dimension Hatross e che i Coroner consolidarono con gli ultimi vagiti della loro discografia. Grazie.

– MENZIONE D’ONORE –

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Suidakra – Realms of Odoric
Avevo perso di vista i Suidakra da almeno una decina d’anni, da quel Caledonia che sarebbe dovuto essere un piccolo gioiello di folk metal che invece passò inosservato ai più. Dopo quest’arco temporale, ritrovo il buon vecchio Arkadius Antonik, mastermind della band, decisamente più maturo ma non per questo meno cazzuto: Realms of Odoric è un disco folk metal come devono essere i bei dischi di questo genere. In un anno in cui i nomi grossi della scena sono stati fermi (a parte i Moonsorrow), pezzi come The Hunter’s Horde o Pictish Pride sono assolutamente all’altezza. Bravi ragazzi, ogni tanto qualcuno riesce a tirare fuori un album folk metal che, nonostante sia patacco, spacca.

Altra roba che mi è garbata:

Batushka – Litourgiya, Blood Ceremony – Lord of Misrule, Car Bomb – Meta, Darkend – The Canticle of Shadows, Death Angel – The Evil Divide, Devin Townsend Project – Trascendence, DGM – The Passage, Inquisition – Bloodshed Across The Empyrean Altar Beyond The Celestial Zenith, In the Woods – Pure…, Meshuggah – The Violent Sleep of Reason, Metal Church – XI, Myrath – Legacy, Paradox – Pangea, Saor – Guardians, Thy Catafalque – Meta, The Dillinger Escape Plan – Dissociation, Urfaust – Empty Space Meditation.

– CIOFECA DELL’ANNO –

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Sabaton – The Last Stand
0 idee compositive, prodotto col culo, pieno solo di anthem bombastici per i bimbiminkia che vogliono Apputin e k bll la guera e li Sabatoni.

– CONCERTO DELL’ANNO –

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King Diamond – Rock Fest 2016

Il vincitore assoluto del Rock Fest, davanti anche ai Twisted Sister per quello che mi riguarda. Vedere il palcoscenico prendere vita come fossimo a teatro, sentire gli ululati infernali del Re che ha ancora una voce della madonna, sentirsi dal vivo Come to the Sabbath, A mansion in darkness e soprattutto Omens, vedere attori recitare la storia dal vivo mentre lui cantava. È stata un’esperienza mistica, ai livelli del satanico oserei dire, con tanti effetti speciali, tanti cambi di scena e luci. Insomma, sticazzi: uno dei migliori concerti che abbia mai visto nella mia vita, senza ombra di dubbio.

Per il report completo clicca qui.

Infine, un grazie va ai miei infaticabili compagni di viaggio e colleghi: Antidio, Paolo, Roby, Lola, Rayne, la redazione di Allaroundmetal.com, il Circolo Colony e Roberto, la Eagle Booking e Saverio, Spaziorock.it e Gaetano, KezzMe! e la Pam. Infine vorrei ringraziare la Napalm Records per la cortesia e la professionalità dimostrata anche verso un piccolo omino come me, in particolare Mona Miluski che oltre ad essere una bravissima promoter è anche un’ottima cantante, e Metalskunk, il miglior sito sul metallo che esista in Italia.

Non è la Live – Rock Fest 2016 pt.2

Eravamo rimasti a io che vado a dormire alle 5 dopo l’incontro coi portoghesi. Provo a mettermi i marshmell… Ehm, i tappi per le orecchie del Wacken e la mascherina per dormire. Inutile dire che il mio riposo dura ben due ore, dopo le quali mi alzo nuovamente per il caldo apocalittico.

Giorno 3: If a tired man should fall asleep

Dopo aver fatto una “lauta” colazione ed esserci docciati, ci viene lo sghiribizzo di provare a spostare la tenda all’ombra, idea che si rivela essere subito una cazzata per lo scarso spazio rimasto tra le tende. I nostri vicini non la prendono molto bene e si lamentano della nostra idea, peraltro dicendo “Perdoname DIO CANE“, così decido di desistere. Ecco che però succede una cosa inaspettata: gli stessi ci offrono da bere e si mettono a chiacchierare con noi come se nulla fosse successo. Gli insegnamo immediatamente a bestemmiare, come in ogni paese civile che si rispetti, e tra politica e altri argomenti il tempo vola subito.

Distrutti come siamo, decidiamo di balzarci il concerto dei Battle Beast che era veramente troppo presto per essere seguito con la dovuta attenzione, e scendiamo verso le 16:40 per i mitici Armored Saint. Quando arriviamo gelato e acqua sono d’obbligo, dopodiché ricomincia la carneficina.

Armored Saint – Voto 8/10. Vederli a Wacken in condizioni precarie lo scorso anno gli aveva tolto tanto appeal e tanta performance. Qui invece la band capitanata dal glorioso John Bush e dai fratelli Sandoval è al 100% della forma, anche perché era la prima volta che suonavano a Barcellona. In effetti, intorno a me, è pieno di trves ispanici che smattano completamente: John è un frontman della madonna (secondo solo come prestazione a  Chris Bolthendahl) e ad un certo punto, fottendosene altamente della sicurezza, sale sulle casse con la scenografia dei Maiden e comincia a saltare come un pazzo. Unico neo dell’esibizione: ad un certo punto tento il crowdsurfing ma vengo rispedito in malo modo indietro dagli spagnoli in prima fila, che pare siano così civilizzati da non aver mai visto dei corpi passare sopra le loro teste. Poveri, immagino quando andranno a un festival in Germania. Comunque gruppo mitico, chiusura con Can you deliver e si va a sentire gli altri felici e contenti. L’UNICO BUSH CHE CI PIACE (cit.)

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Unisonic – Voto n.d. Non li ho seguiti con attenzione perché nonostante la stanchezza aspettavo gli Overkill e perché nel macello son riuscito a beccare una mia amica, ma quel pelato del cazzo di Kiske ha ancora una voce della madonna e quando lui e Kai Hansen attaccano March of Time e I Want Out veniamo tutti ricatapultati negli anni 80′. UN PO’ INUTILI?

Overkill – Voto 8/10. Erano davvero ANNI che aspettavo di vedere gli Overkill dal vivo, cazzo. Infatti non mi hanno deluso: nonostante i suoni non eccelsi Bobby e soci tirano giù una bordata di thrash come si deve. Sti cazzo di spagnoli non pogano, così ad un certo punto entro di prepotenza e creo io il pit. Ne prendo una fracca, mi riempio di graffi, ma sono la persona più felice del mondo perché fanno Armorist, Rotten to the core e Electric Rattlesnake una in fila l’altra. L’equilibrio tra pezzi vecchi e nuovi è perfetto, la line-up che regge dalla nuova reunion è ormai collaudata come un missile terra-aria: manate in faccia per tutti alla fine con Ironbound, Elimination e ovviamente l’immancabile Fuck you. ROMPERSI LE OSSA ED ESSERE FELICI

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Tra gli Overkill e le prossime band c’è tempo di rifocillarsi un attimo: prima gelato, poi caffè in un bar fuori dall’area festival gestito da un tizio fan dell’Italia (anzi, proprio di Como), infine cena. Tornati indietro fottiamo pure un nastro della polizia che abbiam trovato in giro staccato. Immancabile anche il giro alle bancarelle dove riesco a recuperare Mythos dei Raising Fear Axioma Ethica Odini degli Enslaved: mi regalano pure un dvd dei Dark Quarterer, figata! A cena opto per mangiarmi il patanegra, l’ottimo prosciutto spagnolo, che si rivela essere una volta tanto una vera prelibatezza. Recuperiamo gente conosciuta in campeggio, facciamo foto con gente a random e decidiamo che è venuto il momento di prendere posto per gli

Iron Maiden – Voto 8.5/10. Oh ragazzi, mi son piaciuti un botto. Si può dire quello che si vuole di quella mezza cacata di Book of Souls, ma i pezzi dal vivo spaccano, Dickinson è in forma nonostante l’età e quello che ha passato, Nicko McBrain, Adrian Smith e Dave Murray dominano il palcoscenico, Steve Harris beh, è Steve Harris. E poi vedere la solita scenografia pacchianosa, un Bruce che prima di Powerslave ti fa un discorso sull’uguaglianza tra i popoli, e soprattutto cantare coi tuoi amici Fear of the Dark, Children of the Damned e Halloweed be thy name è un’esperienza che ognuno dovrebbe fare una volta nella vita. INVECCHIANO BENE

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A questo punto sono veramente troppo spompo per fare qualsiasi cosa. Mi trascino al tendone dove ordino una coca cola per cercare di restare sveglio mentre suonano i Loudness: fallisco miseramente e comincio a collassare in giro. “Non ce la faccio a vedere anche Doro“, mi dico, ma poi penso che sono ggggiovane e fanculo tutto il resto. Mi sbatto un po’ giù mentre suonano i Rata Blanca (carini peraltro, meritano di essere approfonditi) e aspetto l’arrivo della Queen of Metal.

Doro – Voto 8/10. Poniamo che di base Doro ha fatto uscire un mega best of dal titolo Strong and Proud e capirete che per ogni trve sto concerto è stato oro colato. Al di là delle famosissime Fuhr Immer e All we are, un sacco di altre perle hanno accompagnato uno show che nonostante l’orario è stato veramente infuocato. Doro e soci corrono in giro per il palco e cercano di animare il pubblico come se non fossimo stanchi come la miseria.  Standing ovation per Raise your fist in the air e per l’inno di Wacken We are metalheads. Valeva la pena fermarsi fino alla fine: concerto perfetto per chiudere questa giornata all’insegna della distruzione. GALLINA VECCHIA FA BUON BRODO

Distrutti, ci dirigiamo alle navette, che stavolta fortunatamente passano con una certa cadenza e puntualità. Arriviamo alle tende alle tre e mezza circa, mi butto giù e prego di riuscire ad addormentarmi presto.

Giorno 4: Farewell my friend, farewell

Il giorno più importante, il giorno che più ho aspettato da almeno 10 anni a questa parte: vedere i Twisted Sister dal vivo. Mi sveglio ormai abituato a dormire un cazzo e mi accingo ad affrontare quest’ultima giornata di Rock Fest, tranquillo perché sapevo di non avere moltissimi gruppi da vedere. L’inculata giornaliera si presenta quando si tratta di prendere la navetta per andare a vedere i Candlemass. Perché pare che un bus si sia rotto. Proprio rotto. Quasi litighiamo con la tipa che ci viene indicata come responsabile del campeggio, che si scusa dicendo che purtroppo lei è solo un’intermediaria tra i capoccia e il bordello a cui dobbiamo assistere. Insomma, dopo un’ora ad aspettare al sole con tanto di acqua offerta dall’organizzatrice, arriva sta cazzo di navetta che ci porta nell’area concerti a esibizione già cominciata.

Candlemass – Voto 7/10. Non sono mai stato un grandissimo fan degli svedesi, ma una volta nella vita un gruppo così storico va visto. Lo show è bello sozzo e doomoso, peccato che siano le tre e mezza del pomeriggio e per un gruppo del genere non è, diciamo, la cosa migliore.  Però pezzacci come Emperor of the void e At the gallows end convincono tutti, regalandoci un bel concerto d’apertura. Davvero, peccato solo per l’orario. GRUPPI CHE ANDREBBERO ASCOLTATI AL BUIO

Tra i Candlemass e il prossimo gruppo abbiamo un bel po’ di tempo da trascorrere, così ce ne andiamo un salto al bar del nostro amico che ormai, presosi bene, ci prepara subito un giro veloce di caffé. Tornati in area concerti ci sembra anche doveroso fare un salto nella Motörtent, un tendone allestito apposta per ricordare Lemmy dove i fan potevano lasciare dei messaggi e dove ogni tot si esibiva una cover band della nota band inglese.

Impellitteri – Voto 7.5/10. Grande era l’attesa, per me, di vedere il grande Rob Rock esibirsi dal vivo insieme a Chris Impellitteri. Un’ora di buon shredding e power metal sparato a mille con tanto di I’m a warrior, una delle mie canzoni preferite del magico duo. Sicuramente saranno da approfondire su disco, visto che non sono un gran conoscitore delle loro composizioni. PIACEVOLE INTERMEZZO

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Decidiamo di balzare gli Anthrax che ci recupereremo tranquillamente al Fosch per mangiare e mi torna la balzana idea di mangiare al thailandese, che ovviamente mi resta sullo stomaco DI NUOVO. A questo punto, comunque, prima che attacchino i Thin Lizzy, non ci resta che incontrare personalmente Rob Rock e Chris Impellitteri al Meet&Greet per fare le foto con loro. Finito questo, ci prepariamo alla tripletta finale.

Thin Lizzy – Voto 8.5/10. Mamma mia. È vero che della formazione originale è rimasto solo Scott Gorham, ma vuoi mettere un concerto tributo ai primi anni della band con ospiti speciali come Scott Travis dei Judas Priest alla batteria e Tom Hamilton degli Aerosmith al basso? Tanto che ad un certo punto compare pure Dee Snider a godersi il concerto. Il risultato è uno show pestissimo, con standing ovation finale su The boys are back in town e soprattutto l’immortale Whiskey in the jar. Un concerto veramente da tramandare ai posteri per la qualità e l’energia che ci hanno investito. AZZECCARE LA REUNION

Whitesnake – Voto 8/10. Li avevo già visti all’Alcatraz a dicembre e ho voluto rivedermeli dal palco dei Twisted Sister. Risultato? Coverdale graffiante come al solito, anche se un po’ supportato dal buon Michele Luppi, musicisti in ottima forma e Tommy Aldridge che spacca sempre col suo assolo di batteria a mani nude. Esplosione di folla a Here i go again e soprattutto su Still of the night. OTTIMA RICONFERMA

Twisted Sister – Voto 9.5/10. Aspettavo questo concerto da una vita. Non sono stato deluso. I TS asfaltano il Rock Fest, me li godo dalla seconda fila in mezzo a gente che urla e piange. Dee Snider è un cazzone e continua a scherzare col pubblico e a comandare i tecnici luce di modo che facciano cose o creino atmosfere, parla con un tizio della prima fila che ha la maglietta con scritto “I’m Dee, blow me”. Suonano tutto il meglio della band: Burn in hell, You can’t stop rock’n roll, l’immancabile We’re not gonna take it che diventa Huevos Con Aceite. Su The Price Dee intima ai tecnici di spegnere tutte le luci per far alzare gli accendini al pubblico e ringraziare tutte le rockstar morte in questi ultimi anni. Penso che il mio cuore si stia per fermare quando parte I Wanna Rock, una delle canzoni che sento più mie di sempre. Chiusura con S.F.M. (Sick Mother Fucker), tante lacrime e applausi, fuochi d’artificio finali. È finita e meglio di così non poteva andare. LA FINE DI UN’ERA

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Torniamo in tenda sfatti, sbattendocene le palle degli Slayer. Il tempo di berci una birretta e fare due chiacchiere e ci sbattiamo a letto, l’indomani sveglia alle 7 per smontare le tende e tornare a casa.

Giorno 5: Epilogo

Raggiungiamo la stazione di Montmelo solo per scoprire che i treni hanno tutti orari alla cazzo di cane. In preda al panico inziamo a chiedere informazioni agli autoctoni, che però non sanno darci molte informazioni. Fortunatamente, però, arriva un treno che dà direttamente sull’areoporto. Il tempo di salutare gli amici di campeggio e i compagni che hanno condiviso con noi le sventure del viaggio (in particolare una simpatica combriccola di torinesi) e siamo di nuovo in aereo, stavolta per tornare in Italia.

Il festival è stato devastante a livello organizzativo, forse anche più del Wacken dello scorso anno. Ma è innegabile che gli spagnoli battono i tedeschi 10 a 1 per ospitalità, cortesia e anche rispetto degli altri. Sicuramente non tornerò in campeggio, ma se capitasse un’altra bill apocalittica come quest’anno non mi farò problemi a prenotare hotel e biglietto.

Voto festival: 8/10

Non è la Live – Rock Fest 2016 pt.1

Col cuore gonfio di malinconia (ma anche di rabbia) mi accingo a scrivere le prossime righe. Malinconia perché ho visto per la prima e probabilmente ultima volta i Twisted Sister, malinconia perché per quest’anno i festival grossi per me son finiti e non riuscirò a vedere ancora Iron Maiden, Blind Guardian, Michael Shenker, Kreator, King Diamond e altri nella stessa line-up.

Insomma avrete capito che sono andato al Rock Fest 2016, trascinato dalla quantità mostruosa di band interessanti e dal fatto che, per essere alla terza edizione, il festival mi sembrava ben organizzato e meritevole di una visitina. Constatazioni poi in larga parte disilluse dalla scarsa organizzazione, ma va beh.

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Giorno 1: The Odissey (14/07/16)

Tutto comincia giovedì 14: di buona lena (avevamo l’aereo alle 14), io e i miei compagni di viaggio raggiungiamo Orio al Serio in attesa della partenza verso l’agognata capitale catalana. L’imbarco è reso migliore dal fatto che il Birrificio Elav ha aperto un negozio proprio nell’area duty free dell’areoporto, così prima di salire ci spariamo tutti una bella birretta artigianale. L’ultima prima di una settimana a merdosissima Estrella a prezzi astronomici.

In areoporto becchiamo pure un nostro amico di vecchia data che si aggrega alla compagnia: in 6 ci dirigiamo verso l’ignoto col classico volo Ryanair che termina con il consueto applauso, abitudine italica che ogni volta mi fa desiderare un tizio a bordo armato di scimitarra che recida le mani a tutti.

Atterrati, come da programma, dobbiamo andare alla Fnac in Piazza Catalogna a ritirare i biglietti del festival e comprare quelli del campeggio, peccato che quando arriviamo ci vengono fatte menate perché i biglietti non sono stati comprati con la carta di credito del dichiarante e, soprattutto, NON CI SONO I BIGLIETTI DEL CAMPEGGIO. In quel momento ho desiderato che tutte le paelle mangiate dagli spagnoli quel giorno intoppassero gli stomaci di tutta la nazione. Si, perché noi i biglietti per campeggiare non li avevamo ancora e, a questo punto, saremmo dovuti andare a prenderli proprio nella maledetta acampada.

In preda allo sconforto ci arriva la notizia che quantomeno passano le navette dall’area festival, così ci dirigiamo verso Can Zam con la metropolitana, calda e sudicia almeno quanto quella di Milano alle 14 di luglio. La discesa verso la metro arancione è talmente profonda che a momenti sospettiamo di essere arrivati nella tana del Balrog. Fortunamente non è così, sfortunatamente, all’alba delle 20.00, arriviamo al festival e ci accorgiamo che NON PASSANO LE NAVETTE. In preda al freddo (si perché a Barcellona tira il vento freddo) e alle bestemmie, risolviamo la questione chiamando un taxi per arrivare fino a Montmelo, mezz’ora di auto dall’area concerti. Il viaggio è letteralmente surreale: il tassista (simpaticissimo) non ha la minima idea di dove sia il posto, e arrivati in città fa salire in auto un suo amico che gli indica la strada fino all’ingresso. Io e i miei amici cerchiamo di parlarci ma comprendono solo lo spagnolo: non ho capito se ci perculassero o cosa, comunque idoli.

In piena tradizione Wacken, per non farci mancare nulla, arriviamo al campeggio alle 21 (ricordo all’utenza che sono uscito di casa alle 9.30) e inizia a piovigginare. Della serie che alla trinità piace essere offesa in qualunque modo. Proprio per le nuvole, tra l’altro, non capiamo ando cazz va a sorgere il sole, quindi finiamo per montare le tende a casaccio. Rimasti letteralmente isolati in un campo in mezzo al nulla, l’idea migliore che sorge a tutti sembra essere quella di ubriacarsi ammerda, ma qui ci scontriamo con la dura realtà: gli alcolici costano una fucilata. Passino le piccole a 3€, ma far pagare 9€ per 75cl di birra spacciandola per litro è una roba da veri infami. Fosse poi qualche birra artigianale della madonna, invece si tratta della Estrella, che diventerà la cosa più bevuta dei giorni successivi con conseguenze probabilmente drammatiche per la nostra vecchiaia.

Ma, nel pieno della frustrazione dovuta al viaggio, decidiamo di fanculizzare il portafogli e BEVIAMO LO STESSO. Idea idiota: qualche ora dopo, verso le 2.30, siamo tutti più o meno pieni come delle cisterne. Io ho la grande idea di salire dove c’è la piscina e giustamente cado nell’interstizio tra la passerella e la piscina stessa, aprendomi una discreta escoriazione che mi farà cristonare per i giorni a venire. Alla fine, verso circa le 3, andiamo con non molta convinzione a dormire, visto che il giorno dopo ci aspettavano almeno una decina di gruppi consecutivi.

Giorno 2: Rock Bottom (15/07/16)

Ci svegliamo alle 7.30 circa, perché OVVIAMENTE, con tutti i posti che c’erano, abbiamo messo le tende proprio dove sorge il sole. Sudati come se ci fossimo buttati nell’asfalto bollente, ci dirigiamo a fare colazione e scopriamo che le uniche prelibatezze che ci vengono offerte sono caffelatte, brioches normali o al cioccolato. Cazzo, sembra che il concetto di marmellata e crema stia profondamente sulle palle agli spagnoli. Ciliegina sulla torta: non funziona l’acqua calda nei bagni per cui ci tocca pure la doccia fredda. Vabbè, meglio così che almeno ti ripigli dopo aver dormito 4 ore.

Dopo aver cazzeggiato ed esserci rifocillati con gli orripilanti panini dell’area campeggio, decidiamo di scendere verso il festival. Le navette sono belle, comode, lussuose: sono un po’ come quei bus che ti portavano in gita alle superiori. Solo che qui, al posto di portarti a vedere un museo normale, ti portavano a vedere IL MUSEO DEL METALLO.

E così, alle 13.20, comincia il delirio. Praticamente un gruppo in fila l’altro, che ora vi snocciolerò pian piano.

Orphaned Land – Voto 7.5/10. Kobi Farhi e soci portano il solito show in cui li ho visti almeno 4 o 5 volte. Inutile dire che a un concerto degli Orphaned Land si balla e si salta sempre, trascinati dalle ritmiche orientali. Purtroppo l’atmosfera e soprattutto il sole che picchiava come un fabbro mi impediscono di godermi lo show appieno, ma a In Thy Never Ending Way un po’ mi emoziono (piacevole sorpresa che non avevo ancora avuto modo di apprezzare dal vivo) e su Norra el Norra non posso impedirmi di saltare. KEBAB

Grave Digger – Voto 8/10. Quando vidi per la prima volta i Grave Digger, nove anni fa, fecero un concerto DI MERDA. Non scoraggiandomi, perché qua parliamo del gruppo che mi ha infuso l’acciaio nella spina dorsale, ho continuato a seguirli traendone gioie (l’ultimo Return of the Reaper) e dolori (quella cagata pazzesca di The Clans will rise again), vedendoli in molti contesti. Insomma questa era un po’ una prova del 9 per valutarli nuovamente a un festival. Risultato? Culi spianati da qua a Madrid con opener Headbanging Man per poi cavalcare sui classiconi e infilarci dentro qualche pezzo nuovo, tra cui una apprezzatissima Tattooed Rider o la cadenzata Season of the Witch. Heavy Metal Breakdown come al solito è meglio di uno schiacciasassi che ti raddrizza. Mancava solo Knights of the Cross e poi potevo morire felice. La Catalogna si riconferma una cosa che si mangia perché ero tra i pochi a saltare, sbracciarmi e urlare come un disperato. LA GENTE NON SA COSA SI PERDE A NON ESSERE METALLARA (grazie Metal Skunk)

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Dopo questa prima smitragliata durata all’incirca dalla una alle tre, ci concediamo una pausa relax con un bel cono gelato. Nel mentre scopriamo altri due dettagli anali dell’organizzazione: ci sono solo cessi chimici ma, soprattutto, non vendono bottigliette d’acqua col tappo. Si. Già dentro non c’erano le fontanelle per riempirsele, ma voleva dire che te ne prendevi una e la dovevi bere subito. Detto questo zanziamo allegramente un paio di tappi da un bancone e ci salviamo il culo per i restanti tre giorni di festival, anche se costringere la gente a comprare l’acqua è da veri criminali. Si riparte alle cinque e mezza con i

Coroner – Voto 6.5/10. Non me ne vogliano gli amici di Metal Skunk, ma non puoi farmi tutta una scaletta incentrata sugli ultimi dischi. Per carità, il technical thrash è sempre bello, ma siamo a Barcellona col sole a picco, fateci saltare un po’. Insomma, l’unica vecchia che suonano è Masked Jackal, almeno a quella un po’ ci si muove. MEH

Decido di nutrirmi di un thailandese lì nell’area cibarie. Gravissimo errore, perché la pasta mi resta giustamente sullo stomaco e mi condizionerà per tutti i concerti successivi. Maledetti salutisti.

Mago de Oz – Voto 8/10. Vedere i Mago in Spagna è un’esperienza unica: tutti intorno a me cantavano le canzoni di Finistierra, uscito quest’anno in versione opera rock e riproposto dai nostri sul palcoscenico. Conosco questa band da almeno 8 anni e non mi hanno mai deluso dal vivo, infatti anche qui parliamo di un concertone con tanto di tizio vestito da cazzo che sale sul palco a ballare. Sono in diecimila, fanno tutto il meglio del meglio, insomma sticazzi. PAELLA

Kreator – Voto 7.5/10. Li avevo visti anni fa al Summer Breeze 2008 e avevano fatto il concerto thrash della vita. Stanchissimo, mi trascino al tendone dove vedo l’inizio che è affidato all’immortale Enemy of God, per poi proseguire in una cavalcata tra pezzi nuovi e vecchi. Mille è su di giri ma gli spagnoli son posers e non pogano: più volte fa il gesto del wall of death e nessuno se lo caca di striscio. Alla fine decide di sbattersene il cazzo e dopo Hordes of Chaos arriva l’immancabile Pleasure to Kill: il palco è un’esplosione di luci e fiamme, con tanto di fuochi d’artificio finali che sparano coriandoli sul pubblico. Bravi, il voto dovuto solo alla mia stanchezza. TOO OLD TO ROCK’N ROLL, TOO YOUNG TO DIE

Michael Schenker – Voto 7.5/10. Ragazzi, qua parliamo di uno shredder che ha fatto LA STORIA della musica. Esticazzi, i pezzi dei dischi solisti son fighissimi, Schenker e soci tengono il palco come se ci fossero nati sopra, prestazione sia strumentale che canora altissima. Ma, soprattutto, finale con Coast to Coast, Doctor Doctor e Rock Bottom. Potete immaginare la pelle d’oca e la commozione per sentirmi questi pezzi sparati uno di fila all’altro. LEGGENDA

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Blind Guardian – Voto 7/10. Boh. Mi erano piaciuti di più all’Alcatraz, e non solo perché qua ero stanchissimo ma anche per una questione di suoni e di grinta. Insomma, mi sembrava lo facessero così random. Poi cazzo, non puoi non fare Mirror Mirror, che diamine, è come fare la carbonara con la pancetta anziché col guanciale. Comunque accendini su a Bard’s Song e una inaspettata Time Stand Still ci hanno trattenuti degnamente sotto al palcoscenico. RAMADAN

King Diamond – Voto 10/10. Il vincitore assoluto del Rock Fest, davanti anche ai Twisted Sister per quello che mi riguarda. Vedere il palcoscenico prendere vita come fossimo a teatro, sentire gli ululati infernali del Re che ha ancora una voce della madonna, sentirsi dal vivo Come to the Sabbath, A mansion in darkness e soprattutto Omens, vedere attori recitare la storia dal vivo mentre lui cantava. È stata un’esperienza mistica, ai livelli del satanico oserei dire, con tanti effetti speciali, tanti cambi di scena e luci. Insomma, sticazzi: uno dei migliori concerti che abbia mai visto nella mia vita, senza ombra di dubbio. THE KING IS BACK, BITCHES

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Ma la giornata non poteva finire così, eh no. Dovevamo andare a prendere le fottute navette per tornare in campeggio. Cosa succede ovviamente? Ce ne sono solo DUE che passano ogni ora. Cosa succede ovviamente? Perdiamo quella già presente. Ci tocca aspettare fino alle QUATTRO DI MATTINA perché ripassi, al freddo (si, faceva freddo c’eran 16 gradi). In pulman uno spagnolo addormentato cade in modo spettacolare arrotolandosi sul bracciolo del sedile, in un modo che tutt’oggi ci chiediamo se abbia o meno distrutto le leggi della fisica. Arriviamo in campeggio stanchi come se avessimo passato una settimana con il Sergente Hartman, e io non riesco a dormire per colpa della nausea dovuta a quel cazzo di cibo thai. Improvvisamente sento dei tizi portoghesi confabulare di fianco a me e decido di svoltare la mattinata: mi unisco portanto la coperta. Ci faccio amicizia, ci chiacchiero un po’, mi offron da bere e da fumare e poi, arrivati a parlare di quanto sia stancante il festival, mi ammiccano e mi dicono “Non preoccuparti, se hai bisogno passa di qua domani che ti facciamo pippare“. Con molta educazione li saluto e decido che è il momento di andare a dormire.

Part 2 coming soon.

Sotto la stessa bandiera.

The Gods And Kings Tour was a groundbreaking moment in our career. The stage, sound, video and you, our fans, were magnificent!

Coming off such an amazing tour it was clear that the next time we must go even bigger and beyond anything we have ever done; something that will fulfill every Manowarrior’s dreams. Then that will be the ultimate moment to say Thank You and farewell!

The Final Battle will begin in Germany and take us all over the world to say goodbye to all of you.

If you know Metal

you know MANOWAR.

If you know MANOWAR

you know Metal!

Those who join this tour will be left with an eternal memory; having witnessed the band that has dedicated their blood, hearts, souls and every moment of their career to True Heavy Metal.

We are calling all Manowarriors to prepare yourselves now and to join us for The Final Battle!

Con questo comunicato i Manowar annunciano il loro tour d’addio.
Se ne sono dette di tutti i colori su questa band: di fronte a loro il pubblico metal è sempre stato spaccato in due. Perché loro sono come tutte le istituzioni totalitarie: o li ami o li odi, con tutte le loro buffonate e le sbroffate pronunciate a ripetizione da Joey DeMaio.

Non sono mai stato un grande fan, musicalmente parlando, ma posso dire di esserlo stato del loro credo e della loro abilità di farti sentire compreso e parte di una grande famiglia. Non troppi anni fa credevo che qualunque musica all’infuori del metal fosse merda secca, giravo vestito costantemente di pellame, borchie e teschietti… E mi sentivo fottutamente bene. Anche se a riguardarmi oggi penso che fossi decisamente pirla, devo dire che ci stava.

I Manowar, così come i Blind Guardian, gli Stratovarius, i Grave Digger e gli Iced Earth, sono riusciti dove gran parte delle persone non sarebbe mai potuta riuscire: nel far accettare a sé stessi migliaia di ragazzi come me. Per me, i Manowar mi hanno regalato una dimensione dove mi trovavo perfettamente a mio agio e dove non mi sentivo solo. Io mi sentivo ribelle, mi sento tuttora ribelle e senza di loro probabilmente non sarei mai riuscito ad impormi con strafottenza e anche un pochino di ignoranza su chi mi giudicava e ancora oggi mi giudica.

Che poi abbiano fatto una serie di porcherie immonde (riregistrare i vecchi dischi, far uscire una quantità imbarazzante di live album etc.) poco importa, sinceramente.

Nello scrivere queste righe capisco quasi come si sente un americano che vota Donald Trump: lui ti dà un senso di appartenenza, si mostra capace di comprendere la tua sofferenza e “lotta per te” con il suo messaggio. Fa una serie di cazzate immani che però nessuno dei suoi sostenitori vedrà, inebriato com’è dal suo carisma.

Fortunatamente i Manowar, al contrario del cretino sopracitato, sono dittatori soltanto nella loro musica, hanno portato avanti valori e un immaginario anacronistici e spesso ridicoli, ma sono riusciti in quello di cui scrivevo poco sopra, quindi non si può non tributargli qualche merito.

Io spero che qualcuno, se non ne raccolga la torcia musicalmente parlando, raccolga almeno questa abilità nell’unire molte persone sotto una stessa bandiera, di farle sentire bene e fiere di quello che sono (qualcuno fortunamente pare esistere davvero). Perché per quanto metallari truci 666 croci rovesciate, abbiamo tutti bisogno di sentirci parte di qualcosa e di non sentirci soli contro il mondo.